Fano e il diritto di arrivare: quando viaggiare diventa un percorso imposto

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Viaggiare in carrozzina nel 2026 non dovrebbe essere un percorso a ostacoli: eppure non posso scendere a Fano e devo passare da Pesaro in taxi. Racconto cosa è successo con Sala Blu e RFI e perché questa situazione è inaccettabile.

Ci sono storie che non nascono con l’idea di diventare un articolo. Nascono da una frase buttata lì con leggerezza, da una risposta data come se fosse normale, da un “non si può” che nel 2026 non dovrebbe più esistere. Questa storia riguarda Fano e riguarda il diritto, semplice e fondamentale, di poter arrivare dove si deve andare.

Scrivo come parlo, come ragiono, come vivo le cose. Senza filtri e senza giri di parole. Perché quello che mi è successo non è un dettaglio organizzativo: è il racconto di come, ancora oggi, una persona in carrozzina debba adattarsi a un sistema che decide per lei.

Perché Fano non era una meta qualunque

Il 14 gennaio 2026 devo recarmi a Fano. Non per piacere personale, non per una visita improvvisata. Con una decina di amici sono stato invitato a presentare il mio libro, Il vento sulle braccia. Un invito nato dal confronto, dall’ascolto, dalla voglia di incontrarsi di persona.

Per me questi momenti contano. Contano perché dietro ci sono persone, storie, scambi veri. E quando accetti un invito del genere lo fai con rispetto, organizzandoti per tempo, cercando di non lasciare nulla al caso.

Muoversi per tempo non basta mai

Chi vive una disabilità motoria lo sa: muoversi per tempo è obbligatorio. Non è una virtù, è una necessità. Le procedure per richiedere l’assistenza di Sala Blu sono complesse, articolate, spesso poco flessibili. Per questo mi attivo subito.

Chiamo Sala Blu. Chiedo l’assistenza per la partenza da Bolzano il 14 gennaio alle 11:45. Tutto regolare. L’operatrice prende i dati, verifica, conferma. Nessun problema.

Finché non arriva la domanda sull’arrivo.

A Fano non può scendere

Quando dico Fano, dall’altra parte non c’è incertezza. C’è una risposta secca:
“No signore, a Fano non può scendere.”

All’inizio penso sia un errore. Chiedo spiegazioni. E la spiegazione arriva, altrettanto netta: la stazione di Fano non è abilitata né alla salita né alla discesa di persone in carrozzina. Le alternative sono Senigallia o Pesaro. Fano è esclusa.

Resto senza parole. Non tanto per la risposta in sé, ma per come viene data. Come se fosse una cosa normale. Come se nel 2026 fosse accettabile dire a una persona: “lì non puoi andare”.

Fano non è accessibile, punto

Chiedo come sia possibile. La risposta è disarmante:
“Non è accessibile, non possiamo farci nulla.”

E in quella frase c’è tutto. C’è l’assenza di responsabilità. C’è il sistema che si limita a constatare un problema senza farsene carico. C’è l’idea che, se una stazione non è accessibile, allora è la persona a doversi arrangiare.

E se fosse lavoro, non un evento?

Dopo quella telefonata, una domanda continua a girarmi in testa:
e se domani mi arrivasse una proposta di lavoro a Fano?

Che faccio? Rifiuto? Chiedo favori ogni giorno? Cambio città? Perché se non posso scendere a Fano in autonomia, non posso nemmeno pensare di fare il pendolare. Non posso avere una routine, una normalità.

Questo non è un disagio. È una limitazione vera e propria.

Le email e il tentativo di dialogo

Il 29 dicembre alle 16:10 invio una mail a Sala Blu nazionale e a Sala Blu Ancona. Spiego l’accaduto, cerco una soluzione, provo a ragionare. Nessun tono polemico, solo fatti.

Il 1 gennaio 2026 invio una PEC a Rete Ferroviaria Italiana, sia a livello nazionale che territoriale. Scrivo chiaramente che, visto che non mi è consentito scegliere la stazione di arrivo, prenoto l’assistenza per scendere a Pesaro. Ma aggiungo anche una cosa fondamentale: non pagherò alcun biglietto.

Non per capriccio. Perché se non posso usufruire di un servizio normale, se non posso arrivare a Fano come chiunque altro, allora qualcosa non torna.

La risposta che sposta il problema

La risposta di Sala Blu nazionale arriva il 1 gennaio alle 17:44. Poche righe. Formali. Distanti. Mi viene ribadito che la stazione di Fano non rientra nel circuito delle stazioni abilitate all’assistenza disabili. Per la questione biglietti devo rivolgermi a Trenitalia. Loro si occupano solo di assistenze previste da contratto.

Leggendo quelle parole ho avuto una sensazione precisa: nessuno si assume la responsabilità del problema.

La soluzione? Il taxi. Sempre il taxi.

E così la soluzione diventa un’altra. Forzata, costosa, inevitabile.
Scenderò a Pesaro e da lì andrò a Fano in taxi.

Un taxi che non avrei dovuto prendere. Un costo che non avrei dovuto sostenere. Un trasferimento che esiste solo perché Fano non è accessibile.

E non finisce qui.

Il ritorno: di nuovo taxi, di nuovo adattarsi

Il 16 gennaio, per tornare a Bolzano, dovrò fare lo stesso percorso al contrario. Da Fano a Pesaro in taxi, poi il treno. Ancora una volta non per scelta, ma per obbligo.

Questo significa organizzare orari, trovare un taxi accessibile, sperare che tutto fili liscio. Significa stress, tempo, energie. Tutte cose che una persona normodotata non deve nemmeno considerare.

Fano come simbolo di una libertà negata

La cosa più pesante non è il taxi. È il messaggio che passa: non sei libero di scegliere. Devi adattarti a ciò che è previsto, anche se non ha senso, anche se è ingiusto.

Fano diventa così il simbolo di un problema più grande. Un problema culturale prima ancora che tecnico. Perché quando una città non è accessibile, qualcuno ha deciso che non era una priorità renderla tale.

Scrivere alle istituzioni era inevitabile

Per questo ho scritto al sindaco di Fano, agli assessori competenti e al Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Non per creare polemica, ma per chiedere risposte. Perché qualcuno deve spiegare perché una città come Fano è di fatto preclusa a chi si muove in carrozzina.

Non è una battaglia personale

Questa non è una battaglia personale. Io a Fano ci vado. Anche passando da Pesaro. Anche prendendo due taxi. Ma quante persone rinunciano? Quante non scrivono? Quante accettano in silenzio?

Finché accettiamo che esistano stazioni “non abilitate”, accettiamo che esistano cittadini con meno diritti.

Io continuo a raccontare

Questo blog nasce per questo. Per raccontare ciò che spesso viene normalizzato. Per dare voce a situazioni che non dovrebbero esistere. Arrivare a Fano non dovrebbe essere un problema. Non dovrebbe essere una concessione. Non dovrebbe costringere nessuno a prendere un taxi perché il sistema non funziona.

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