Siamo nel 2025 ogni giorno vedo persone condividere post, mettere like e scrivere frasi piene di buone intenzioni sotto iniziative legate alla disabilità, ma quando arriva il momento di dare un aiuto concreto, molti si voltano dall’altra parte.
Non è un pensiero amaro, è un dato di fatto che osservo continuamente, da vicino.
Parlo in prima persona perché questa realtà la vivo ogni giorno. Sono il Presidente dei WH Tigers, una squadra di hockey in carrozzina elettrica che da anni apre spazi di sport e vita a persone con disabilità gravi. Con noi giocano persone con SLA, con distrofia muscolare, con tetraparesi spastica e altre condizioni che rendono lo sport una sfida complessa ma possibile.
Per molti, questo sport non è solo movimento: è dignità, identità, possibilità.
La disabilità, per noi, non è una barriera invalicabile. È il punto di partenza da cui ogni giorno costruiamo qualcosa di reale. Ma questa costruzione non può reggersi solo sulla buona volontà di pochi: servono azioni condivise, non like.
Like e coscienza pulita: la distanza tra apparenza e realtà
Viviamo in un’epoca in cui bastano un gesto veloce online e due parole di circostanza per sentirsi “a posto con la coscienza”.
Un like, una condivisione, un commento tipo “che bella iniziativa” sembrano sufficienti per potersi dire solidali. Ma la realtà è diversa.
Dietro ogni progetto legato alla disabilità ci sono persone che lavorano, costi che devono essere coperti, tempo speso a organizzare, documenti da preparare, attrezzature da mantenere. Tutto questo non si regge con i like.
I like non pagano la le carrozzine.
I like non ricaricano le batterie delle carrozzine.
I like non comprano le maglie, non coprono le trasferte, non rendono accessibili gli spazi.
Eppure, ogni volta che qualcuno condivide un link senza fare un piccolo passo in più, si perde un’occasione concreta per costruire qualcosa. Non servono grandi cifre: spesso basterebbero anche solo 5 euro per contribuire a qualcosa di reale.
Quello che manca non sono i mezzi, ma la volontà di passare dalle parole ai fatti. Molti si fermano all’apparenza, perché è comodo, perché costa meno. Ma la disabilità non ha bisogno di gesti simbolici: ha bisogno di partecipazione.
La mia esperienza come Presidente dei WH Tigers
Da Presidente dei WH Tigers vivo questa realtà ogni giorno. So cosa significa cercare fondi per mantenere viva una squadra.
L’hockey in carrozzina elettrica è uno sport vero, con regole, tattiche, allenamenti, partite e trasferte. Per i nostri atleti, rappresenta una possibilità concreta di esprimersi, di sentirsi parte di qualcosa, di affrontare la disabilità con una prospettiva diversa.
Dietro ogni allenamento ci sono ore di preparazione. Dietro ogni partita ci sono mezzi, logistica, volontari, assicurazioni, spese di trasporto, ricambi.
Le carrozzine sportive non sono un dettaglio: sono strumenti complessi e costosi che richiedono manutenzione continua. Le batterie, i pezzi di ricambio, le sistemazioni tecniche… tutto ha un costo.
Eppure, nonostante le difficoltà, continuiamo a esserci.
Io per primo, quando ricevo un link da un’associazione seria, anche se posso dare poco, partecipo. Perché so cosa significa stare dall’altra parte e sperare in una mano tesa. Non mi giro mai dall’altra parte, perché quella donazione, anche minima, può fare la differenza.
Chi sono le persone che fanno parte della nostra squadra
La nostra squadra è fatta di persone con disabilità gravi.
C’è chi convive con la SLA, chi con la distrofia muscolare, chi con la tetraparesi spastica, chi con altre patologie importanti. Ma se venite a un nostro allenamento, non troverete tristezza. Troverete grinta, ironia, voglia di stare insieme, voglia di vincere.
Ogni partita per noi è una conquista, ogni trasferta è una sfida organizzativa e personale. Dietro ogni atleta c’è una famiglia, operatori, assistenti, amici.
C’è chi affronta ore di viaggio, chi prepara tutto nei minimi dettagli per poter essere presente, chi si sposta con pulmini attrezzati. Lo sport diventa un collante, un motore che dà energia a tutti.
Queste persone non chiedono pietà. Chiedono opportunità. Chiedono che la comunità riconosca il loro impegno e partecipi. La disabilità non è isolamento, è parte della società. Ma perché questa parte abbia spazio vero, servono gesti concreti.
Donare è un gesto concreto, non simbolico
Spesso si pensa che per fare la differenza servano grandi somme. Non è così.
Anche un piccolo contributo, come 5 euro, può coprire spese reali: una ricarica di batterie, un pezzo tecnico, un litro di carburante per i mezzi che ci portano agli allenamenti.
La differenza non la fa la cifra, ma la presenza. Quando decidi di donare, dici: “Io ci sono”.
Ogni donazione è un passo avanti verso un progetto reale.
Sostieni i WH Tigers con una donazione
Quando riceviamo anche una piccola donazione, sentiamo che non siamo soli. Sentiamo che c’è chi crede in noi, nella nostra squadra, nel valore dello sport per chi vive la disabilità. Questo, per chi è dentro ogni giorno, ha un peso enorme.
Bolzano e la cultura del “mi giro dall’altra parte”
Vivo a Bolzano e amo profondamente questa città. È il mio territorio, il luogo dove porto avanti tante battaglie legate alla disabilità, ma è anche un contesto dove vedo ogni giorno una distanza evidente tra le parole e i fatti.
Quando si tratta di apparire, molti sono presenti. Quando si tratta di esserci davvero, molti si defilano.
Succede con cittadini comuni, ma ancora di più con chi ha ruoli di responsabilità.
Politici che condividono post durante la Giornata della Disabilità ma poi non si fanno vedere quando c’è da supportare un’iniziativa concreta.
Assicuratori e imprenditori che parlano di inclusione nei loro discorsi pubblici ma che, quando chiedi un aiuto reale, trovano mille scuse.
Manager, professionisti, persone che hanno i mezzi per contribuire ma che preferiscono girarsi dall’altra parte, magari aspettando che “qualcun altro ci pensi”.
Questo atteggiamento pesa.
Pesa perché le squadre come la nostra vivono grazie al supporto reale, non grazie alle frasi di circostanza. E pesa ancora di più quando a comportarsi così sono persone che conoscono bene la realtà, che magari ti chiedono favori per i loro interessi personali, ma poi spariscono nel momento in cui potresti aspettarti un gesto di responsabilità condivisa.
Politici, imprenditori e professionisti: quando il silenzio pesa
Non sto parlando di figure lontane e irraggiungibili. Parlo di persone che incrocio ogni giorno.
Di politici che in campagna elettorale parlano di inclusione e accessibilità ma poi, nei fatti, dimenticano la disabilità.
Di imprenditori che potrebbero sostenere una squadra come la nostra con una cifra che per loro è marginale, ma che per noi significa poter continuare ad allenarci o affrontare una trasferta.
Di avvocati, manager, assicuratori che chiedono favori, consulenze, aiuti personali… ma quando si tratta di restituire qualcosa alla comunità, restano in silenzio.
La disabilità non ha bisogno di parole patinate. Ha bisogno di scelte.
E quando chi ha la possibilità di fare la differenza sceglie il silenzio, quel silenzio diventa pesante. Diventa un muro.
Un muro che separa chi ogni giorno lotta per costruire spazi inclusivi da chi potrebbe aiutare a renderli stabili e duraturi.
Le aziende possono aiutare e avere benefici fiscali reali
C’è poi un punto fondamentale che troppo spesso viene ignorato: sostenere un’associazione sportiva o no profit non è solo un gesto solidale. È anche una scelta intelligente dal punto di vista fiscale.
Le aziende che sottoscrivono un contratto di sponsorizzazione con una ASD o una realtà no profit possono portare in detrazione il 100% della spesa. Non si tratta di beneficenza “a fondo perduto”. Si tratta di un investimento che ha ritorni concreti.
Un’azienda che decide di supportare una squadra come i WH Tigers non solo contribuisce in modo reale a dare spazio alla disabilità, ma lo fa anche con un vantaggio economico riconosciuto dalla legge.
Purtroppo, questo aspetto è ancora poco conosciuto o, peggio, ignorato da chi potrebbe fare la differenza con un semplice gesto.
Invece di girarsi dall’altra parte, si potrebbe agire con consapevolezza e responsabilità.
Sponsorizzare una realtà sportiva paralimpica significa diventare parte di un progetto sociale e umano concreto, sapendo che ogni euro speso ha un doppio valore: per chi lo dona e per chi lo riceve.
Disabilità e responsabilità collettiva
La disabilità non è un tema privato. Non riguarda solo le famiglie o le persone direttamente coinvolte. È una questione collettiva, che tocca la società nel suo insieme.
Ogni spazio accessibile, ogni iniziativa inclusiva, ogni squadra come la nostra nasce grazie all’impegno condiviso di tante persone.
Non è solo una questione economica, anche se quella è fondamentale. È una questione di presenza, di fiducia, di sentirsi parte di qualcosa.
Quando una comunità decide di non voltarsi dall’altra parte, di sostenere davvero, allora la disabilità smette di essere “un problema di pochi” e diventa parte integrante della vita di tutti.
Ma questo richiede responsabilità. Richiede che ognuno, nel proprio piccolo, faccia la sua parte. Non possiamo costruire una società più giusta e inclusiva se ognuno resta nella propria bolla, aspettando che ci pensi qualcun altro.
Un invito diretto: basta like, servono azioni
Per questo voglio fare un invito chiaro e diretto.
A chi legge, a chi condivide, a chi mette like e scrive “bravi”: grazie per l’attenzione, ma ora serve qualcosa di più.
Se davvero credi nell’inclusione, nello sport come strumento di vita e nel valore della disabilità come parte della nostra società, allora fai un gesto concreto.
Non serve una grande cifra. Serve esserci.
Ogni contributo, anche piccolo, ha un impatto reale. Può diventare una ricarica di batterie, un mezzo che parte, un atleta che gioca. Può trasformarsi in speranza concreta.
Sintesi
Non scrivo queste parole per lamentarmi. Le scrivo perché ogni giorno vedo il potenziale enorme che c’è intorno a noi, ma anche la distanza tra quello che potremmo fare insieme e quello che realmente accade.
La disabilità è parte della mia vita e della vita di tanti altri. Non può essere ignorata o lasciata ai margini.
Sono stanco dei like dati per pulirsi la coscienza. Voglio vedere azioni. Voglio vedere persone, aziende, istituzioni, cittadini che scelgono di esserci davvero.
Perché la vera inclusione nasce dalle scelte concrete, dai piccoli gesti condivisi, dalle responsabilità che ognuno si assume.
Insieme, possiamo trasformare i like in campi accessibili, allenamenti possibili, trasferte reali, sorrisi autentici.
La disabilità non chiede compassione. Chiede alleanza. E ognuno può fare la sua parte, oggi.
















