Sono tornato a Roma per qualche giorno. Una città che conosco bene, che mi ha visto crescere e lottare. Sabato 12 luglio ho deciso di farmi un giro con Simone, un caro amico con cui ho condiviso una parte importante del mio percorso di vita. È la stessa persona che, anni fa, ha spinto la mia carrozzina per oltre 1200 chilometri lungo l’Italia per attirare l’attenzione sulle barriere architettoniche. Oggi non vivo più a Roma, ma quel giorno ho rivissuto sensazioni forti. Alcune belle, altre purtroppo molto amare. E ancora una volta ho toccato con mano quanto l’accessibilità a Roma sia un problema serio, diffuso e sottovalutato.
Fermata EUR Palasport: una trappola per chi è in carrozzina
Dopo un lungo giro in metropolitana tra Termini, Colosseo e Spagna, siamo arrivati all’ultima tappa della giornata: la fermata EUR Palasport. È qui che si è chiusa simbolicamente la nostra esperienza romana. E purtroppo, proprio in quella stazione, l’accessibilità a Roma ha mostrato uno dei suoi volti più vergognosi. Non c’è né ascensore né montacarichi. Solo scale. Tante scale. Una persona in carrozzina, in autonomia, non ha alcuna possibilità di uscire da lì.
Abbiamo preso la metropolitana e siamo scesi alla fermata EUR Palasport. Una zona centrale, importante, frequentata da turisti, lavoratori e residenti. Ma per me, quella fermata è stata una trappola. Non perché l’ascensore era fuori uso, ma perché non esiste proprio. Nessun ascensore, nessun montacarichi. Solo scale. Tante scale. E una certezza: senza l’aiuto di Simone, sarei rimasto lì sotto, ostaggio dell’inerzia e dell’indifferenza. e siamo scesi alla fermata EUR Palasport. Una zona centrale, importante, frequentata da turisti, lavoratori e residenti. Ma per me, quella fermata è stata una trappola. Non perché l’ascensore era fuori uso, ma perché non esiste proprio. Nessun ascensore, nessun montacarichi. Solo scale. Tante scale. E una certezza: senza l’aiuto di Simone, sarei rimasto lì sotto, ostaggio dell’inerzia e dell’indifferenza.
Mi ha dovuto letteralmente prendere di peso e portare su per le scale. Non è la prima volta che succede, ma ogni volta fa male. Fa male perché parliamo della capitale d’Italia. Fa male perché siamo nel 2025. Fa male perché la mia libertà dovrebbe essere garantita, non affidata alla forza fisica di un amico. L’accessibilità a Roma, in un contesto simile, è solo una parola vuota. Un’illusione che si infrange ogni volta che una persona con disabilità tenta di muoversi liberamente.
Fermata Colosseo: il montacarichi c’è, ma non basta
Dopo l’esperienza all’EUR Palasport, ci siamo spostati verso Colosseo. Qui, almeno, esiste un montacarichi. Ma non è bastato. Il telecomando che dovrebbe azionarlo si era bloccato. Abbiamo aspettato quasi venti minuti prima che qualcuno riuscisse a intervenire. Venti minuti. Fermo. Bloccato. In attesa che un sistema si sblocchi per poter semplicemente uscire da una stazione. Anche in questo caso, l’accessibilità a Roma si è rivelata solo apparente.
Questa è la quotidianità dell’accessibilità a Roma: un percorso ad ostacoli, fatto di attese, disservizi e improvvisazione. È inaccettabile. Eppure è ciò che viviamo ogni giorno. Non è sufficiente installare un montacarichi se poi nessuno garantisce che funzioni. Non è sufficiente prevedere un accesso alternativo se poi serve un tecnico per farlo partire. L’accessibilità a Roma non può essere lasciata al caso.
Una capitale inaccessibile: la vergogna delle barriere
La verità è che Roma continua ad essere una città profondamente inaccessibile. Chi vive una disabilità lo sa bene. Le barriere architettoniche sono ovunque: marciapiedi sconnessi, scivoli assenti o malmessi, mezzi pubblici non attrezzati, ascensori rotti o mai installati. E quando segnali il problema, tutto rimane uguale. Passano gli anni, cambiano i sindaci, ma i problemi restano. L’accessibilità a Roma non migliora.
Parlano di inclusione, ma poi ci lasciano fuori. Parlano di accessibilità a Roma, ma non conoscono la realtà quotidiana. Parlano di diritti, ma li negano nei fatti. E non parlo solo per me: parlo per chiunque si muove in carrozzina, per chi ha una disabilità motoria, per chi ha bisogno di un ambiente accessibile per vivere con dignità.
Il peso dell’indifferenza
L’indifferenza pesa più delle scale. Pesa più dell’asfalto sconnesso. Pesa più della fatica di ogni singolo metro. Perché dimostra che non siamo una priorità. Dimostra che possiamo essere dimenticati, ignorati, cancellati. Ma non ci stiamo. Non possiamo accettare che nel 2025 una persona in carrozzina debba sperare nella buona volontà di qualcuno per uscire da una stazione della metro. Non è più accettabile che l’accessibilità a Roma sia un lusso e non un diritto.
L’accessibilità a Roma non è un favore. È un diritto. Ma questo diritto viene sistematicamente calpestato. Ogni volta che un ascensore non esiste. Ogni volta che un montacarichi non funziona. Ogni volta che il personale addetto non è presente o preparato.
Il mio impegno continua
Negli anni ho cercato di fare la mia parte. Con le maratone, con le iniziative, con i miei articoli. Ho incontrato studenti, associazioni, amministratori. Ho raccontato, ho ascoltato, ho proposto. Ma ogni volta che torno a Roma e mi scontro con queste barriere, mi rendo conto che la strada è ancora lunga.
Per questo non mi arrendo. Per questo continuo a raccontare. Per questo continuo a denunciare. Perché ogni testimonianza è un tassello in più. Ogni parola scritta è un passo avanti. Ogni volta che qualcuno legge e si indigna, accende una scintilla. E ogni volta che scrivo “accessibilità a Roma” lo faccio perché non voglio che nessuno dimentichi quanto sia urgente cambiare.
Non bastano le parole
Serve un piano serio per l’accessibilità a Roma. Servono investimenti, controlli, manutenzione. Servono ascolto e volontà politica. Serve coinvolgere le persone con disabilità in ogni fase delle decisioni, perché nessuno meglio di noi può indicare le vere priorità. Se vogliamo una vera accessibilità a Roma, dobbiamo partire dal coinvolgimento attivo.
E serve farlo ora. Non tra cinque anni. Non al prossimo bilancio. Non al prossimo mandato elettorale. Serve farlo oggi. Perché ogni giorno che passa con un ascensore inesistente è un giorno di diritti negati. Ogni minuto trascorso davanti a un montacarichi che non risponde è una piccola prigione.
Accessibilità a Roma: non è solo una questione di infrastrutture
L’accessibilità a Roma non è solo tecnica. È culturale. È il modo in cui si progetta, si pensa, si organizza una città. È il modo in cui si accoglie chi è diverso. E Roma, la città eterna, dovrebbe essere eterna anche nella sua capacità di includere.
Invece oggi sembra ferma. Immobile. Ostile. E chi si muove in carrozzina deve fare i conti con una città che gli volta le spalle. Non si tratta solo di impianti mancanti, ma di una mentalità vecchia, cieca, sorda alle esigenze di chi vive situazioni diverse. Senza un cambio culturale, l’accessibilità a Roma resterà una promessa non mantenuta.
Una denuncia che vuole diventare proposta
Questo articolo non vuole solo denunciare. Vuole proporre. Io chiedo che ogni fermata della metropolitana venga dotata di un sistema di monitoraggio in tempo reale dello stato degli ascensori e dei montacarichi, accessibile online e tramite app. Chiedo che ci sia un numero verde efficiente, con operatori preparati. Chiedo che i tecnici intervengano entro 24 ore dalla segnalazione. Chiedo che vengano coinvolte le associazioni delle persone con disabilità nei tavoli tecnici. Solo così potremo iniziare a parlare davvero di accessibilità a Roma.
E chiedo rispetto. Perché tutto parte da lì. L’accessibilità a Roma deve diventare un impegno concreto, misurabile, costante. Non una dichiarazione d’intenti buttata in un programma elettorale.
La speranza in un amico e il sogno di una città diversa
Quel sabato, se non ci fosse stato Simone, sarei rimasto intrappolato. E mi chiedo: e chi non ha un Simone? E chi si trova solo? E chi non può contare su nessuno? Non è accettabile. Non possiamo lasciare indietro nessuno.
La mia disabilità non deve essere una condanna all’isolamento. Deve essere solo una delle tante sfumature della vita. Roma può cambiare. Roma deve cambiare. Ma serve il coraggio di guardare in faccia la realtà. Di ascoltare chi vive le difficoltà. Di agire. Serve una visione nuova, una strategia concreta, un futuro dove l’accessibilità a Roma non sia un’eccezione ma la regola.
Sintesi : le barriere sono culturali prima che fisiche
L’accessibilità a Roma è ancora un miraggio. Ma non smetto di credere che possa diventare realtà. E continuerò a raccontarlo. Perché ogni barriera superata, prima di tutto, inizia da una parola detta al momento giusto. O scritta. Ogni passo avanti è un diritto riconosciuto, una voce ascoltata, una città migliore per tutti.
Non chiedo privilegi. Chiedo parità. Chiedo che una giornata nella mia città non si trasformi in una corsa a ostacoli. Chiedo che chi ha una disabilità non debba contare sulla forza di un amico, ma sulla forza di un sistema giusto. L’accessibilità a Roma non può più aspettare. Deve diventare oggi una priorità.
















