Allo stadio con la mia disabilità: tifare la squadra del cuore senza barriere

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Accedere allo stadio con una disabilità è possibile, ma richiede organizzazione e consapevolezza. In questo articolo racconto passo dopo passo come vivere al meglio l’emozione della partita dal vivo, senza barriere.

Andare allo stadio è un’emozione che va oltre il calcio. È un rito collettivo, una passione che si respira a pieni polmoni tra cori, bandiere e cuori che battono all’unisono. Ma quando sei una persona con disabilità, questo rito non è mai scontato. Dietro a ogni partita vista dal vivo, c’è un piccolo viaggio fatto di moduli, richieste, barriere abbattute e, talvolta, nuove difficoltà da affrontare. Voglio raccontarvi come funziona davvero – almeno per la mia esperienza – l’accesso allo stadio per chi, come me, si muove in carrozzina.

Prima di tutto: la prenotazione

Il primo passo non è scegliere il posto, ma capire se posso entrare. Ogni società calcistica ha le sue modalità, e non esiste ancora un sistema unico nazionale, anche se molti club si sono attrezzati bene. In genere, bisogna andare sul sito ufficiale della squadra o dello stadio, nella sezione dedicata all’accessibilità o alle persone con disabilità. Lì si trovano tutte le indicazioni.

Nel mio caso, essendo in carrozzina, posso richiedere un biglietto gratuito (o a prezzo simbolico) per me e un accompagnatore. Ma attenzione: non basta dire “sono in carrozzina”. Serve un documento che certifichi la percentuale di invalidità – in genere almeno il 100% – e che attesti la necessità dell’accompagnatore. In pratica, bisogna inviare via mail il certificato di invalidità e, a volte, anche la carta d’identità.

Ogni stadio ha un numero limitato di posti per spettatori con disabilità. Quindi, prenotare in anticipo è fondamentale. Alcuni impianti aprono le richieste 10-15 giorni prima della partita. In altri casi, i tempi sono ancora più stretti. Bisogna essere rapidi, perché quei posti si esauriscono presto, soprattutto nelle partite più attese.

La conferma (e la burocrazia)

Una volta inviata la richiesta, si attende la conferma. Se il posto è disponibile, si riceve una mail con la convalida e le istruzioni. Nella maggior parte dei casi, il biglietto è digitale e va mostrato all’ingresso insieme al documento d’identità. A volte, bisogna invece ritirare il pass fisicamente presso la biglietteria il giorno della gara. Anche qui, ogni stadio è un mondo a sé.

L’accompagnatore entra gratuitamente, ma non sempre può sedersi accanto a me. Questo è uno dei nodi critici: in certi stadi, gli spazi riservati alle carrozzine sono ben strutturati e prevedono anche una seduta accanto. In altri casi, invece, chi ci accompagna è costretto a sedersi più lontano, magari in una fila alle spalle. Non è il massimo, soprattutto se hai bisogno di assistenza costante.

L’arrivo allo stadio

Una delle cose più importanti  e sottovalutate è l’accesso fisico allo stadio. Dove parcheggio? Come ci arrivo? C’è un ascensore o devo affrontare rampe infinite?

Molti stadi prevedono parcheggi riservati per le persone con disabilità, ma anche qui serve prenotare. In alcune strutture, il posto auto è garantito se lo si richiede in anticipo insieme al biglietto. Altre volte, bisogna affidarsi ai vigili urbani o agli steward, sperando nella loro disponibilità. È importante arrivare con un po’ di anticipo, per evitare stress e lunghe attese.

All’ingresso, in genere c’è una corsia preferenziale. Gli steward sono – nella maggior parte dei casi – gentili e disponibili. Ti accompagnano, ti aiutano a superare i controlli e ti guidano verso il settore dedicato. In alcuni stadi ho trovato veri e propri team di volontari che si prendono cura dei tifosi con disabilità: ti offrono una coperta, ti portano l’acqua, ti fanno sentire davvero parte dello spettacolo.

Durante la partita

Essere allo stadio, tra la gente, a cantare l’inno della squadra del cuore… non ha prezzo. È un’emozione che vale tutta la fatica fatta per arrivarci.

I settori dedicati alle persone in carrozzina si trovano quasi sempre in tribuna, solitamente in posizioni abbastanza centrali e con una buona visuale. Alcuni impianti – penso ad esempio all’Allianz Stadium di Torino o al Gewiss Stadium di Bergamo dopo la ristrutturazione – sono davvero all’avanguardia. Offrono posti coperti, riscaldati, con accesso facilitato ai bagni e ai servizi.

Ma purtroppo non è così ovunque. Ci sono stadi dove sei esposto alle intemperie, o dove il settore è talmente in basso che fai fatica a vedere il campo, soprattutto se qualcuno si alza in piedi davanti a te. In questi casi, la sensazione di essere “ospite”, più che tifoso, è forte. E la delusione pure.

I bagni, la ristorazione, l’autonomia

Un altro aspetto fondamentale sono i servizi igienici. I bagni accessibili ci sono quasi ovunque, ma non sempre sono vicini al settore riservato. Alcuni stadi li tengono chiusi per motivi di sicurezza o igiene, e bisogna cercare un addetto con la chiave. Capite bene che, durante una partita, questa non è proprio una passeggiata.

Lo stesso vale per i punti ristoro. In linea teorica, anche noi dovremmo poter comprare un panino, una bibita, uno snack. Ma spesso i bar non sono accessibili oppure ci sono file chilometriche. Se non hai un accompagnatore pronto ad aiutarti, rischi di restare senza.

Dopo il triplice fischio

L’uscita dallo stadio è un altro momento delicato. C’è tanta gente, c’è confusione, c’è chi corre verso le auto o verso i mezzi pubblici. Muoversi in sicurezza non è sempre facile. Alcuni stadi organizzano uscite scaglionate per i settori con disabilità, ma altri lasciano tutto alla buona volontà degli steward.

Eppure, nonostante tutte queste fatiche, ogni volta che vado allo stadio mi sento vivo. Mi sento parte di qualcosa di più grande. E soprattutto, mi sento alla pari con tutti gli altri tifosi. Perché quando la mia squadra segna, io urlo, piango, gioisco. Proprio come loro.

Un invito alle società

Vorrei chiudere con un messaggio alle società sportive: investite nell’accessibilità. Non è solo una questione di legge o di immagine. È una questione di giustizia, di equità, di amore per il calcio. Perché il tifo non ha barriere, e tutti meritano di viverlo dal vivo.

Io ci sarò, ogni volta che posso. E lo farò con orgoglio, con la mia carrozzina, la mia sciarpa, e il cuore pieno di passione. Perché essere tifoso non ha niente a che fare con le gambe. Ha tutto a che fare con l’anima.

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